Barbaro (barbaros) è la parola onomatopeica con cui gli antichi greci indicavano gli stranieri (letteralmente i "balbuzienti"), cioè coloro che non sapevano parlare il greco, quindi non ne condividevano la cultura.
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La stessa sillaba ripetuta che forma la parola (bar-bar) fa riferimento ad un suo altro significato affine: balbettante, per prendere in giro i tentativi degli stranieri di parlare in greco.
Da qui nacque la distinzione tra Grecia e barbari (è interessante ricordare che gli sciti erano considerati dai greci come il più barbaro tra i popoli). Successivamente, con l'ellenismo, il significato venne a modificarsi: ogni uomo partecipe della cultura e della civiltà ellena è elleno, gli altri sono barbari incivili.
Medesimo significato assunse la parola "barbaro" anche a Roma.
Il cristianesimo ha utilizzato il termine barbaro nella sua accezione ellenica: l'apostolo Paolo lo usa nel Nuovo Testamento (Lettera ai Romani 1:14) per indicare i non-greci o chi semplicemente parla una lingua diversa (Prima lettera ai Corinzi 14:11).
Greci e barbari per Paolo si distinsero rispettivamente per sapienza ed insipienza, ma Taziano pone in rilievo la superiorità della cultura dei barbari (cioè gli Ebrei) rispetto a quella vana dei filosofi greci.
Poiché con il IV secolo l'Impero Romano cominciò a divenire cristiano, barbaro cominciò ad assumere il significato di non romano (giacché non cristiano). Ma anche gli scrittori pagani del periodo, come Eutropio ed Ammiano Marcellino usano il termine con questo significato, quali essendo questi non-romani estranei all'Impero e considerati inferiori per civiltà, il fattore culturale rinasce di nuovo. In questo periodo barbare per antonomasia furono quelle popolazioni (Vandali, Eruli, Unni, Visigoti, Ostrogoti, Goti, ecc.) che dalle loro terre di origine, solitamente localizzate nell'Europa settentrionale, scesero a ondate nell'Impero.
Questi barbari approfittarono della crisi in cui già versava l'Impero e ne accelerarono la decadenza fino alla dissoluzione: oltre alle guerre, ai saccheggi ed alle distruzioni, finirono con il fondare dei veri e propri stati, spezzando l'antica unità dell'Impero: i regni romano-barbarici.
Per i cinesi dell'epoca imperiale i barbari erano gli Xiongnu, i Ting-ling, i Wusun, i Tartari, i Turkmeni, i Mongoli, i Jurchi, i Manchu e gli Europei ed usavano termini diversi per indicarli a seconda della direzione da cui provenivano: quelli dell'est erano gli Dongyi (东夷), dell'ovest Xirong (西戎), quelli del sud Nanman (南蛮) e quelli del nord Beidi (北狄).
Nell' iconografia popolare cinese ha continuato a resistere per secoli l'idea, non senza fondamento, che i Barbari del Nord fossero una specie di giganti dai capelli rossi. Ad esempio, nel romanzo popolare cinese "I briganti", ambientato nel 1100 DC circa (poco prima dell'invasione mongola), i due briganti Lu-Ta, detto il Monaco di ferro e Yang-Chich, detto Belva dal volto livido, sono noti per avere la barba rossa. Proprio in apertura del romanzo, di Lu-Ta si dice:
...portava la barba rossa e vellosa, come la portano i Barbari del Nord.
Anche i giapponesi adottavano l'uso cinese. Ad esempio gli europei giunsero in giappone erano chiamati nanban, letteralmente Barbari dal sud, perché le navi portoghesi vi giunsero proprio veleggiando da sud. Si può anche far notare che nella mitologia Giapponese, nel Nord del Giappone venivano collocati i Tengu, una specie dei creature semi-umane spesso rappresentata come dotata di naso lungo (a volte addirittura un becco), folta barba e capelli rossi. Il mito dei Tengu potrebbe semplicemente rispecchiare il ricordo di qualche popolazione europoide (ad esempio gli Ainu) in Giappone.
Nelle storie fantasy e nei giochi di ruolo i barbari sono solitamente rappresentati come dei guerrieri coraggiosi e non civilizzati che attaccano con una furia pazza. Tra questi Conan il Barbaro è certamente il più noto.
L'ammirazione contemporanea per questi barbari della fantasy può essere fatto risalire all'illuminismo che tendeva ad idealizzare il buon selvaggio (vedi anche la figura di Tarzan).
Oggi la parola barbaro è normalmente utilizzata nel senso di selvaggio.
Il sostantivo "barbarismo", invece, stigmatizza l'uso inutile di una parola straniera nel parlare o scrivere. Non va quindi confuso con solecismo che indica una violazione delle regole della grammatica.