Nella linguistica descrittiva moderna si chiama morfema il più piccolo elemento di una parola o di un enunciato dotato di significato che non possa essere ulteriormente suddiviso[1].
Nella linguistica storica si preferisce limitare il concetto di morfema a un elemento non ulteriormente suddivisibile che abbia una funzione grammaticale; ciò che resta di una parola una volta tolti tutti i morfemi si chiama semantema.
Nella sua accezione più generale, il termine corrisponde grossomodo al concetto di monema della terminologia linguistica francese e al giorno d'oggi lo ha ormai sostituito[2].
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Una parola può essere composta da un solo morfema; per esempio: la preposizione di e in generale quasi tutte le particelle invariabili.
Esistono anche parole variabili (nomi, aggettivi, pronomi, ecc.) che possono essere composte da un solo morfema, in lingua italiana sono quasi esclusivamente singolari e generalmente maschili; per esempio: bel e qual. Queste parole sono rare in italiano ma possono essere comuni in altre lingue; in particolare sono la regola nelle lingue isolanti come l'inglese o il cinese. Da notare che queste parole non sono morfemi nel senso della linguistica storica.
Le parole più "semplici" possono essere composte da due morfemi; per esempio la parola gatto è composta dal morfema gatt-, che è anche la radice della parola, e dal morfema -o che è la desinenza che significa "maschile singolare".
Le parole derivate possono essere composte da più morfemi; per esempio la parola nazionali è composta dal morfema nazion- che è la radice, dal morfema -al- che è il suffisso che deriva l'aggettivo da un nome e dal morfema -i che è la desinenza che significa "comune plurale".
Le forme verbali possono essere composte da molti morfemi; prendendo come esempio l'espressione si sono inviperite troviamo:
Un morfema può essere composto anche di più parti separate con altri morfemi in mezzo; ad esempio in lingua tedesca il participio passato si forma apponendo contemporaneamente un prefisso e un suffisso alla radice del tema. Si prenda come esempio il verbo lieben, che corrisponde all'italiano amare; esso è composto dalla radice lieb- e dalla desinenza -en: dalla radice lieb- si ricava il participio geliebt, che corrisponde all'italiano amato, apponendo il morfema ge- (...) -t. Da notare che non esistono né la forma *gelieb né la forma *liebt e dunque si tratta proprio di un unico morfema in quanto non può essere ulteriormente suddiviso; talvolta è chiamato "circonfisso", altre volte "morfema parasintetico" o morfema discontinuo. L'esistenza di questo tipo di morfemi è controversa e alcuni linguisti sostengono che in realtà si tratta di un'operazione in due passi: si parte da un tema diverso ottenuto per prefissazione (nell'esempio è ge-lieb-) a cui si appone la desinenza (nell'esempio è -t) distinguendo dunque le due particelle come morfemi separati[3].
Un caso particolare sono le lingue non concatenative come le lingue semitiche, in cui le radici sono una sequenza di consonanti nelle quali si incastrano a pettine le vocali che ne precisano la funzione grammaticale; ad esempio in ebraico la radice *gdl ha il senso di "grandezza": la parola gadol significa "grande (maschile)", la parola gadal significa "egli crebbe", la parola godel significa "dimensione", e così via. In questo caso il morfema della radice si può indicare con g-d-l, mentre i vari morfemi grammaticali applicati si possono indicare con -a-o-, -a-a-, -o-e-, e così via[4].
I morfemi si possono dividere in maniere diverse.
Una prima suddivisione è tra:
Un morfema legato si può distinguere a sua volta in:
Alcuni linguisti chiamano radice anche un morfema libero, purché abbia un significato fondamentale e si possa legare ad affissi; per esempio qual può stare da solo o legarsi all'affisso -i per formare la parola quali. In inglese tutti i sostantivi regolari possono essere considerati morfemi liberi e anche radici, in quanto hanno un significato fondamentale e possono legarsi all'affisso -s per formare il plurale.
Si noti che le radici non sono morfemi nel senso della linguistica storica, come non lo sono alcuni morfemi liberi come, per esempio, gli avverbi, in quanto non hanno una valenza solo grammaticale.
Un'altra suddivisione è tra:
Si tratta esattamente della distinzione che fanno i linguisti storici, che chiamano morfemi solamente i morfemi grammaticali.
Anche qui la differenza è molto sottile; ci sono casi in cui è difficile stabilire se un particolare morfema ha una valenza puramente grammaticale o se contribuisce al significato: ad esempio rifare significa fare di nuovo ma riparare non vuol dire parare di nuovo. Un altro esempio: in finlandese il concetto di "mio" è indicato dal suffisso -ni e quindi può essere considerato morfema grammaticale, mentre in italiano lo stesso concetto è indicato dalla radice mi- che quindi può essere considerato morfema lessicale.
Nel tentativo di limitare le ambiguità, si può trovare una definizione alternativa:
Le ambiguità però rimangono: i prefissi e i suffissi possono sembrare un insieme chiuso, ma anche qui nuovi progressi possono generare novità; per esempio: con l'avvento della televisione è nato un nuovo significato per il prefisso tele-, e con la linguistica moderna è nato il suffisso -ema.
Inoltre qualche linguista sostiene che per esempio gli articoli, pur facendo parte di un insieme chiuso, non sono morfemi grammaticali in quanto hanno un valore lessicale, vale a dire che la differenza tra l'espressione "un cane" e l'espressione "il cane" non è grammaticale bensì lessicale.
Non importa in che modo sia stato definito, un morfema grammaticale si può distinguere in:
Questa distinzione segue fondamentalmente quella tra derivazione e flessione per cui si rimanda agli approfondimenti.
| Per approfondire, vedi le voci derivazione (linguistica) e flessione (linguistica). |
| Per approfondire, vedi la voce morfo. |
È chiaro che nello studio di una lingua ci si può imbattere in forme diverse dello stesso "concetto", ad esempio si pensi alle coniugazioni irregolari dove la radice si modifica (muoi-o, muor-i, mor-iamo) o agli aggiustamenti ortografici (bac-o, bach-i) o fonologici (amic-o, amic-i) che si possono trovare in alcune declinazioni.
In linguistica si è deciso che il morfema è un'astrazione, cioè che non importa quale sia la forma particolare che si trova in una parola, si tratta sempre dello stesso morfema: negli esempi precedenti muoi-, muor- e mor- sono lo stesso morfema; bac- e bach- sono lo stesso morfema; amic- (velare) e amic- (palatale) sono lo stesso morfema. La forma precisa di un morfema che si trova in una parola si chiama morfo: muoi-, muor- e mor- sono tre morfi dello stesso morfema, ecc.
In questo modo si possono trovare regole fisse anche in una coniugazione irregolare; confrontando per esempio muoi-o, muor-i, mor-iamo con dorm-o, dorm-i, dorm-iamo troviamo come regola che vanno apposte le desinenze -o, -i e -iamo al morfema della radice. Quale dev'essere il morfo esatto che si trova nella parola dipende dall'uso della lingua.
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