Mujaheddin (arabo: مجاهدين, traslitterato anche come mujāhidīn, mujahedeen, mujahedin, mujahidin, mujahideen, ecc.) è la forma plurale di mujahid (مجاهد), che si traduce letteralmente dall'arabo con il termine "combattente", qualcuno che si impegna nel jihad, o "lotta", ma viene spesso tradotto come "guerriero santo". Nella fine del XX secolo, il termine "mujaheddin" è divenuto popolare sui mass-media per descrivere diversi combattenti armati che si ispirano a ideologie islamiche, anche se la parola non reca sempre un significato esplicito di "santo" o "guerriero". Infatti il vocabolo ha in sé anche il significato di combattere, non solo per l'Islam, ma per la propria patria ed è quindi per questo che il vocabolo significa anche "patriota", nel senso più laico e nazionalista (al-Mujāhid al-Akbar, "il Combattente Supremo" era l'espressione usualmente adoperata per il "laico" Presidente tunisino Habib Bourguiba, mentre l'organo più importante del FLN algerino era il quotidiano al-Mujāhid).
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Le parole arabe hanno di solito una radice di tre lettere. la radice di mujaheddin è J-H-D (ج-ه-د), che significa "sforzo"; questa è la stessa radice di jihad, che significa "lotta", "sforzo". Il Mujahid è quindi in origine, qualcuno che compie uno sforzo o che lotta. Il termine ha, anche in arabo, assunto un significato che è prettamente religioso, o militare, o entrambi, per cui lo si può tradurre come "combattente del jihād oppure, semplicemente, come patriota.
I più noti e temuti tra i mujaheddin furono quelli appartenenti a diversi gruppi d'opposizione, non strettamente legati tra loro, che combatterono contro l'invasione sovietica dell'Afghanistan tra il 1979 e il 1989, e che si combatterono l'un l'altro nella successiva guerra civile. Questi mujaheddin furono finanziati, armati ed addestrati in modo significativo da Stati Uniti (durante le presidenze di Jimmy Carter e Ronald Reagan), Pakistan, e Arabia Saudita. [1] Reagan fece riferimento a questi mujaheddin come a "combattenti per la libertà ... che difendono i principi di indipendenza e libertà che formano le basi della sicurezza e della stabilità globali." [2] Dopo la ritirata sovietica, i mujaheddin si divisero in due fazioni, l'Alleanza del Nord e i Talebani, che vennero a scontrarsi per il controllo del paese afgano ed iniziarono una terribile guerra civile.
Un saudita molto facoltoso di nome Osama bin Laden fu un importante organizzatore e finanziatore dei mujaheddin; il suo Maktab al-Khadamat (MAK) (Ufficio dei Servizi) convogliò soldi, armi, e combattenti musulmani provenienti da tutto il mondo in Afghanistan, con l'assistenza e il supporto dei governi statunitense, pakistano e saudita. Nel 1988, bin Laden lasciò il MAK assieme ad alcuni dei suoi membri più militanti per formare Al-Qaida, allo scopo di espandere la resistenza anti-Sovietica in un movimento fondamentalista islamico.
Il movimento di resistenza afgana nacque nel caos, si diffuse e trionfò caoticamente, e non trovò un modo per governare differentemente. Praticamente tutte le sue guerre vennero dichiarate localmente da signori della guerra regionali. Con il sofisticarsi della guerra, crebbero l'appoggio esterno e la coordinazione regionale. Anche così, le unità di base delle organizzazioni di mujaheddin e le loro azioni, continuarono a riflettere la natura altamente frammentata della società afgana.
Nel corso della guerriglia, la leadership venne associata in maniera distintiva con il titolo di "comandante". Questo si applicava a capi indipendenti che evitavano l'identificazione tramite un'elaborata burocrazia militare associata a gradi come quello di generale. Quando la guerra produsse dei capi che godevano di una certa reputazione, il titolo di "comandante" veniva conferito a capi di unità combattenti di tutte le dimensioni, indicando orgoglio per l'autonomia, auto-sufficienza, e legami distinti con la comunità locale. Il titolo incarnava l'orgoglio afgano nella sua lotta contro un nemico dalla potenza schiacciante. La frammentazione del potere e della leadership religiosa erano i due valori evocati dalla nomenclatura creata dalla guerra. Nessuno dei due era stato favorito dall'ideologia dell'ex stato afgano.
Olivier Roy stima che dopo quattro anni di guerra, esistevano almeno 4.000 basi dalle quali operavano le unità di mujaheddin. La maggior parte di queste erano affiliate ai sette partiti espatriati con base in Pakistan, che servivano cone fonte di rifornimenti e fornivano vari gradi di supervisione. I comandanti più importanti guidavano tipicamente unità di 300 uomini o più, controllavano diverse basi e dominavano un distretto o una suddivisione di una provincia. Si tentò di creare organizzazioni gerarchiche sopra il livello delle basi. Le loro operazioni variavano molto negli obiettivi, i più ambiziosi vennero ottenuti da Ahmad Shah Massoud della Valle del Panjshir, a nord di Kabul. Egli guidò almeno 10.000 uomini addestrati alla fine della guerra contro i sovietici, ed aveva espanso il suo controllo politico delle aree dominate dai Tagiki sulle province nordorientali dell'Afghanistan, sotto la supervisione del Consiglio del Nord.
Roy descrive anche le differenze regionali, etniche e settarie nelle organizzazioni dei mujaheddin. Nelle zone Pashtun, ad est, sud e sud-ovest, la struttura tribale, con le sue molte suddivisioni rivali, fornì le basi per l'organizzazione militare e la leadership. La mobilitazione poteva essere facilmente collegata alle tradizionali alleanze delle lashkar (forze combattenti) tribali. In condizioni favorevoli tali formazioni potevano raggiungere rapidamente più di 10.000 uomini, come avvenne quando grossi attacchi sovietici vennero lanciati nelle province orientali, o quando i mujaheddin assediavano le città, come Khost nella provincia di Paktia. Ma in campagne di quest'ultimo tipo le tradizionali esplosioni di forza lavoro --tradizionalmente comuni subito dopo la fine della mietitura-- si rivelarono obsolete quando venivano affrontate da difensori ben asserragliati e con armamenti moderni. La durata dei lashkar era notoriamente breve; pochi assedi ebbero successo.
La mobilitazione dei mujaheddin nelle regione non-Pashtun affrontarono ostacoli molto diversi. Prima dell'invasione, pochi non-Pashtun possedevano armi da fuoco. All'inizio della guerra queste erano facilmente disponibili da parte di truppe dell'esercito o della gendarmeria che disertavano o che cadevano in imboscate. Il mercato internazionale dele armi e il supporto militare straniero tesero a raggiungere per ultime queste aree.
Nelle regioni settentrionali era sopravvissuta una piccola tradizione militare sulla quale costruire la resistenza armata. la mobilitazione venne principalmente da parte di una leadership politica strettamente legata all'Islam.
Roy mette a confronto in modo convincente la leadership sociale delle figure religiose nelle regioni dell'Afghanistan di lingua persiana o turca con quelle dei Pashtun. Mancando di una forte rappresentanza politica in uno stato dominato dai Pashtun, le comunità di minoranza guardavano ai pii dotti e ai carismaticamente riveriti pir (santi) in cerca di leadership. Estese reti marabuttiche e di Sufi si diffusero nelle comunità delle minoranze, prontamente disponibili come basi per il comando, l'organizzazione, la comunicazione e l'indottrinamento. Queste reti fornirono anche la mobilitazione politica, che portò ad alcune delle più efficaci operazioni di resistenza della guerra.
Molti musulmani da altre nazioni si offrirono volontari per aiutare i vari gruppi di mujaheddin in Afghanistan, e ottennero una significativa esperienza nella guerriglia. Alcuni gruppi di questi veterani sono stati un fattore importante nei più recenti conflitti svoltisi nel mondo musulmano e attorno ad esso.
I mujaheddin "vinsero" quando l'Unione Sovietica ritirò le truppe dall'Afghanistan nel 1989, seguite dalla caduta del regime di Mohammad Najibullah nel 1992. Comunque, i mujaheddin non fondarono un governo unito, e vennero a loro volta estromessi dal potere dai Talebani nel 1996.
Più recentemente, il termine viene usato dai, ed applicato ai, guerriglieri che combattono l'occupazione statunitense in Iraq. Questi combattenti appartengono sia ai sunniti che agli sciiti. Il termine è stato usato in particolare per descrivere i combattenti che hanno resistito all'assedio di Fallujah da parte dei Marines nell'aprile del 2004. Successivamente alla fine dell'assedio, i mujaheddin pattugliarono e fecero rispettare la shariah in tutta la città ad eccezione del centro dove la Brigata Fallujah ha la sua base.