L'ontologia, una delle branche fondamentali della filosofia, è lo studio dell'essere in quanto tale, nonché delle sue categorie fondamentali. Il termine deriva dal greco ὄντος, òntos (genitivo singolare del participio presente ὤν di εἶναι, èinai, il verbo essere) più λόγος, lògos, letteralmente "discorso sull'essere", può anche derivare direttamente da τά όντα, ovvero gli enti, variamente interpretabili in base alle diverse posizioni filosofiche.
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Dal punto di vista storico, l'ontologia viene considerata una branca della metafisica dalla maggior parte delle impostazioni filosofiche. Questa attribuzione è contestata da una minoranza: in particolare da alcune tendenze empiriste-materialiste-naturaliste e, su basi differenti, da talune tendenze postmoderniste-nichiliste, le quali spesso intendono sé stesse come forme radicali di anti-metafisica. Tali auto-definizioni sono a loro volta contestate da coloro che osservano che il materialismo e il nichilismo sono comunque opzioni metafisiche, in quanto non empiricamente giustificabili.
Sebbene l'ontologia abbia interessato il pensiero filosofico sin dai suoi primordi, la sua definizione lessicale è molto più tarda. Il termine ontologia fu infatti coniato soltanto agli inizi del XVII secolo da Jacob Lorhard nella prima edizione della sua opera Ogdoas Scholastica (1606) e successivamente utilizzato da Rudolph Göckel per il suo Lessico filosofico (1613). La fortuna del termine è da attribuire però a Christian Wolff con il suo trattato Philosophia prima, sive Ontologia del 1729.
Per ontologia si intende, in un'accezione ristretta, lo studio dell'essere come insieme degli enti, limitatamente a ciò che sembra esistere in concreto o risultare anche solo pensabile, dunque secondo quanto sembrerebbe attestato dai sensi o dalla psiche. In un'accezione più estesa, si intende un'indagine sull'essere al di là degli enti attraverso i quali esso ci si manifesta nelle apparenze e nei fenomeni: la ricerca dell'Essere o del loro fondamento ultimo.
In questa ulteriore accezione, l'ontologia ha finito spesso per riferirsi, nel contesto della metafisica, allo studio dei princìpi primi come le idee platoniche, le essenze, le cose in sé o gli oggetti della logica o della matematica, mentre, nel contesto della teologia, allo studio dello Spirito o dell'Assoluto.
Se l'ontologia è lo studio del fondamento di ciò che esiste, del come esiste, se è solo pensabile, se è costante, universale, accertabile, implica anche la ricerca del senso profondo di ogni essere reale. Ciò è anche attinente all'antropologia filosofica e quindi alla domanda circa il senso dell'esistenza dell'uomo che pensa e che si pensa. Ogni domanda intorno al "soggetto", all'"oggetto" e la loro "relazione", dunque tra "io" e "mondo", è anche una domanda ontologica.
L'ontologia si interessa di determinare quali siano le categorie dell'essere fondamentali, e si chiede se, ed in che senso, si possa dire che gli elementi di queste categorie "esistono".
Diversi filosofi compilano liste differenti delle categorie fondamentali dell'essere; una delle questioni fondamentali dell'ontologia è: "Quali sono le categorie fondamentali dell'essere?".
Ciò mette in rilievo uno dei problemi dell'approccio filosofico - esso dipende dalla continua ricerca di categorie, e non ha un modo evidente per concludere tale ricerca. Invece nella teologia, nella classificazione bibliotecaria e nell'intelligenza artificiale, si adotta tipicamente un'ontologia fondamentale relativamente stabile. Ciò riflette una cosmologia più ampia, e probabilmente delle morali, esempi estetici o storie, mediante le quali sono state stabilite delle priorità fondamentali. Nella teologia ciò deriva da una religione e dalle sue dottrine stabili.
Ecco qualche altro esempio di questioni ontologiche:
Nell'ambito della storia della filosofia va anche tenuto conto della differenza terminologica tra essere ed esistere che ricorre in vari filosofi: mentre l'essere è in sé e per sé, e non ha bisogno di nient'altro, l'esistenza non ha l'essere in proprio ma lo riceve da qualcos'altro. Così l'essere è qualcosa di assoluto, l'esistenza invece è subordinata a un essere superiore dal quale dipende. Esistenza infatti deriva etimologicamente dal composto latino ex + sistentia, che significa essere da, cioè "essere a partire da" qualcos'altro.
Platone fu il primo a distinguere esplicitamente l'essere dall'esistere; in particolare egli attribuiva l'esistenza alla condizione umana, sempre in bilico tra essere e non-essere, sottoposta alla contingenza e al divenire, mentre l'essere è la dimensione ontologica più vera nella quale si trova il mondo delle idee, incorruttibile, immutabile, ed eterno.
Anche Heidegger ha ripreso la distinzione tra Essere ed esistere, con particolare riferimento alla condizione umana: l'uomo è un essere calato in una dimensione temporale e transitoria, un "esserci" che vive suo malgrado a contatto col non-essere.
Padre e fondatore dell'ontologia, è Parmenide, 505-504 ac, appartenente ai presocratici. Parmenide fu il primo a porsi la questione dell'essere nella sua totalità, dunque a porsi il problema, ancora alla sua genesi, dell'ambiguità tra i piani logico, ontologico, linguistico.
In Parmenide la dimensione ontologica risulta preponderante, al punto da sottomettere a sé ogni altro aspetto filosofico, compreso il pensiero stesso. Dinnanzi all'Essere, il pensiero può dire soltanto che "è". Qualunque altro predicato si voglia assegnargli, significherebbe pensare il non-essere; ma poiché il non-essere non è, il pensiero diverrebbe perciò inconsistente e cadrebbe nell'errore. Anche i cinque sensi, secondo Parmenide, attestano il falso, perché sono vittime di un'illusione, facendoci credere che il divenire esista.
Platone, Aristotele, e a seguire tutta la filosofia greca, elaborarono progressivamente questo ed altri temi, lasciando in eredità alla filosofia quello che è considerato il problema par exellence: il problema dell'esistenza nella massima estensione del suo concetto.
Con Democrito, l'Essere che Parmenide aveva teorizzato essere Uno e Semplice viene messo in discussione: esso si scompone infatti nella molteplicità di un numero infinito di atomi, che dell'Essere conservano soltanto l'indivisibilità, ma che sono elementi semplici di un cosmo concepito materialisticamente. Nell’incipit della versione di Diogene Laerzio (Diels-Kranz, 68,44) l'ontologia democritea si definisce nei seguenti termini: "Princìpi di tutte le cose sono gli atomi e il vuoto, e tutto il resto è opinione soggettiva; vi sono infiniti mondi, i quali sono generati e corruttibili; nulla viene dal non essere, nulla [dell'essere] può perire e dissolversi nel non essere."
Platone restò invece fedele all'ontologia parmenidea, identificandola con la dimensione iperurania delle idee, e tuttavia distinse da quella il piano della logica dialettica, nel tentativo di conciliare l'Essere con una concezione della sensibilità che non riducesse quest'ultima a semplice illusione. La dimensione iperurania delle idee costituisce per Platone la vera realtà, mentre la natura materiale è un qualcosa di informe, mescolato al non-essere, che aspira a darsi una "forma". Platone in tal modo concepì l'ontologia in maniera gerarchica, da un massimo fino a un minimo di Essere. L'ontologia platonica resta comunque superiore al percorso dialettico che si deve compiere per approdarvi.
Aristotele descrisse l'ontologia (pur senza usare questo termine) come "la scienza dell'essere in quanto essere". La parola in quanto vuol dire riguardo all'aspetto di. Secondo questa teoria, quindi, l'ontologia è la scienza dell'essere riguardo all'aspetto dell'essere, o lo studio degli esseri nella misura in cui questi esistono. Egli scrive nel libro IV della Metafisica:
| « C'è una scienza che studia l'essere in quanto essere ....Il termine essere è usato in molte accezioni, ma si riferisce in ogni caso a una realtà sola e ad un'unica natura. » |
Essendo una scienza unica a dover studiare la sostanza, l'ontologia è anche "studio degli esseri in quanto esseri", quindi "tutto ciò che è" diventa oggetto dell'ontologia. E di tutto ciò "che è" bisogna conoscere i princìpi e le cause. La conoscenza delle sostanze e dei principi e delle cuse di esse è per Aristotele la "filosofia prima", preliminare ad ogni ulteriore sviluppo della speculazione nei campi dell'etica e della logica.
Anche in Aristotele l'ontologia resta comunque preponderante rispetto alla dimensione logica ed empirica: solo l'intuizione intellettuale per lui è in grado di accedervi.
Nell'ontologia stoica l'essere si identifica innanzitutto con l'ordine conferito da Dio, che pervade il Tutto. Esso è quindi divino, necessario, razionale perfetto ed eterno. Lo regolano due princìpi, il poioùn, attivo, e il pàschon passivo. Si tratta di un Principio divino immanente al cosmo stesso, che pervade, ordina e razionalizza il mondo. Dio è perciò ordine (tàxis), ragione (logos) e necessità (ananke). L'ontologia stoica, fondata sulla presenza di un principio spirituale detto pneuma (o soffio vitale) che guida e dispone l'universo secondo un piano intelligente, si contrappone al materialismo epicureo che risulta invece dominato da un cieco e rigido meccanicismo.[1]
Nell'ambito del neoplatonismo, Plotino recupera la concezione parmenidea dell'unità del tutto. Ma l'Uno plotiniano è persino al di là dell'essere e perciò rimane trascendente rispetto ad esso. Come già in Platone, l'essere si stratifica dialetticamente per livelli ontologici come in una scala dove due processi contrari portano, in una direzione ad andare verso l'Uno, nell'altra ad allontanarsi da Lui. Al vertice dell'essere stanno la seconda e la terza delle Ipostasi Divine: l'Intelletto e l'Anima. Da questa per caduta verso il basso si formano le realtà inferiori: uomo, animali, piante, oggetti inanimati.
Nella metafisica medioevale, in particolare nella Scolastica, l'ontologia è stata studiata in relazione alla teologia, in particolare rispetto ad alcune questioni fondamentali relative a Dio (esistenza, unicità, rapporti con il mondo e con l'uomo).
Durante il Seicento la riflessione di Cartesio ripropose il problema in una nuova chiave: fu il primo (sebbene alcuni non lo ritengano vero) a dimostrare l'indubitabilità (performatività) dell'asserzione fondamentale: "cogito ergo sum". Egli ripropose dunque il tema ontologico nella sua chiave esistenziale, precipitando però nel profondamente criticato solipsismo: per Cartesio, infatti, il pensiero logico sarebbe in grado di dedurre l'essere da solo, senza bisogno di aprirsi ad una dimensione trascendente (Pascal gli contestò per questo di usare Dio come mezzo anziché come fine).
Nell'opera di Immanuel Kant non viene data una trattazione tipica dei problemi ontologici, visto che le categorie dell'essere sono forme a prioi del pensiero e non determinazioni dell'essere. La teoria kantiana è centrata emblematicamente nel suo rifiuto della dimostrazione ontologica dell esitenza di dio. Kant asserisce "Sein ist kein reales Prädikat", ovvero in base al suo sistema di categorie bisogna distinguere l'uso del verbo essere come attributivo ("S è P") e come esistenziale ("S è"). L'esistenza non è quindi un "predicabile" di un'ente. Possiamo avere il concetto di dio, la sua essenza, nel pensiero, ma non possiamo tradurre questa conoscenza intellettiva in una prova della sua esistenza reale. La differenza tra reale e ideale viene illustrata da un altro esempio, i.e. la differenza tra "avere 100 talleri e pensare di averli", con cui vuole indicare la dimensione puramente empirica dell'esistenza, dall'altro l'ideale della ragion pura si configura come la struttura ultima della ragione, la quale pensa l'essere come "l'insieme di ogni possibilità per la determinazione completa d'ogni cosa" ma appunto solamente come un'"idea". A differenza delle categorie aristoteliche, che hanno un valore sia ontologico che gnoseologico come forme dell'essere e del pensiero, le categorie kantiane hanno una portata esclusivamente gnoseologico-trascendentale, in quanto forme a priori dell'intelletto che non valgono per l'essere in senso ontologico, ma solo per il pensiero in senso logico, cosa che gli valse l'accusa di fenomenismo da parte dei suoi contemporanei: secondo Kant, infatti, l'essere non viene colto al livello immediato dell'intuizione intellettuale (che per Platone e Aristotele costituiva il vertice della conoscenza), ma è ricondotto all'ambito limitato del fenomeno, su cui il ragionamento esercita poi, tramite le categorie, la sua funzione critica e mediatrice. Kant fu in sostanza accusato di aver svuotato l'essere della sua stessa dimensione ontologica, ponendo la ragione critica al di sopra dell'intuizione.
In seguito fu l'idealismo tedesco ad elaborare tale tema. In Hegel la dimensione ontologica diventa totalmente sottomessa a quella gnoseologica. Con l'asserto «tutto il reale è razionale, tutto il razionale è reale», e con la sua dialettica triadica, Hegel sostenne la possibilità del sapere assoluto, essendo lo "spirito" (l'essere) logicamente comprensibile.
Hegel di fatto estromise l'ontologia dalla filosofia, presumendo che il pensiero fosse in grado di giustificarsi da sé. La staticità parmenidea divenne dinamica, e l'essere fu fatto trapassare nel divenire. In tal modo Hegel sovvertì la logica aristotelica di non-contraddizione, facendo coincidere l'essere col suo contrario, cioè col non-essere. L'ontologia hegeliana non è più la dimensione intuitiva e trascendente da cui scaturisce il pensiero (com'era nella filosofia classica), ma viene posta alla fine: è il risultato di una mediazione, di un processo logico.
Dopo Hegel il problema ontologico, nelle sue possibili ramificazioni, divenne ad essere il nodo centrale di molte filosofie che a lui seguirono. In molti riproposero il problema, che in verità è trattato in modo più o meno indiretto in ogni filosofia.
Nella prima metà del XIX secolo avviene una rinascita aristotelica, in gran parte in seguito all'opera di Friedrich Adolf Trendelenburg e dei suoi studenti (in particolare Bönitz, Prantl e Brentano). Questo recupero della tradizione aristotelica, non solo tramite edizioni critiche, ma anche con una riatualizzazione in senso sistematico, si accompagna nel pensiero di Trendelenburg ad una critica dell'idealismo Hegeliano ed un confronto critico con Kant. In particolare, Trendelenburg provvede ad una nuova interpretazione linguistico-grammaticale della categorie di Aristotele.[2] Il soggetto grammaticale corresponderebbe alla sostanza e quindi alla categoria dell'essere, mentre le altre categorie corresponderebbero agli accidenti e quindi ai predicabili nel senso più generale. Trendelenburg tese anche ad un recupero della logica aristotelica, contro quella (formale) kantiana e (dialettica) hegeliana. Nella sua organische Weltanschauung (concezione organica del mondo), basata su Aristotele, ricopre un ruolo fondamentale il concetto di movimento costruttivo che unifica essere e pensiero. Per Trendelenburg questa era anche una presupposizione non esplicitata della dialettica hegeliana. D'altra parte, contro Kant, le forme del pensiero sono considerate intimamente legate alla realtà e quindi sia soggettive che oggettive.[3]
Le posizioni di Trendelenburg furono ulteriormente sviluppate dal suo allievo Franz Brentano. La sua dissertazione Sul molteplice significato dell'ente in Aristotele non testimonia solo l'influenza del suo maestro o di Aristotele per il suo pensiero, ma anche del Tomismo e della scolastica medievale. Infatti, volgendosi più verso la psicologia con le sue opere successive, Sulla Psicologia di Aristotele e Psicologia dal Punto di Vista Empirico, reintroduce l'idea, benché modificata, dell'intenzionalità come caratteristica fondamentale della coscienza nella filosofia contemporanea. Sull'analisi degli atti intenzionali si basano anche alcune della controversie fondamentali dell'ontologia tra i suoi allievi. Infatti, in un atto di coscienza si può distinguere l'oggetto intentioznale immanente e l'oggetto inteso trascendente. Per Brentano fondalmentalmente solo il primo, quello immanente è reale in quanto parte reale dell'atto stesso, la cui evidenza è innegabile. Seguendo Trendelenburg, Brentano collega il soggetto linguistico alla sostanza e le categorie al predicato, proponendo una sostanziale riforma della logica aristotelica su base scolastica, dove il tipo fondamentale di giudizio è quello esistenziale. In un giudizio esistenziale affermativo viene riconosciuta l'esistenza di un'oggetto e solo successivamente possono essergli attribuite proprietà tramite predicazione categoriale. Nell'ultima fase del suo pensiero Brentano quindi approderà al resimo, in cui vengono accettati solo oggetti attualmente esistenti, e rigettate tutte le tipologie di oggetti irreali, proposizioni in sè o oggetti di ordine superiore, come Gestalten e Sachverhalte.
Tra gli allievi di Brentano, fu Carl Stumpf ad introdurre nelle sue lezioni di logica del 1888 un concetto fondamentale per lo sviluppo dell'ontologia, l'idea dello "stato di cose": Sachverhalt. Per Stumpf bisogna distinguere tra l'oggetto di cui si predica qualcosa in un giudizio "S è P", la sua materia, ed il contenuto del giudizio stesso, lo Sachverhalt. Seguendo un suo esempio, nel giudizio "Dio esiste" bisogna distinguere la materia "Dio" dallo stato di cose "l'esistenza di Dio". Nell'ontologia di Brentano questo equivale a distinguere il contenuto del giudizio dal contenuto della semplice prensentazione. Lo Sachverhalt è il correlato ontologico di un giudizio e come tale svolge una funzione fondamentale in vari filosofi di generazioni successive, i.a. il Wittgenstein del Tractatus, il giovane Husserl e Adolf Reinach.[4] La distinzione tra il contenuto del giudizio dal contenuto della semplice prensentazione, cioè materia e Sachverhalt, verrà reso da Meinong come la distinzione tra oggetto e oggettivo.[5]
Alexius Meinong distingue tre modalità dell'essere: esistenza (Existenz), sussistenza o consistenza (Bestand) e l'essere-dato (Gegebenheit). Il primo caso consiste negli ordinari oggetti concreti (e.g. alberi), il secondo negli oggetti astratti o logicamente possibili (e.g. numeri), il terzo negli oggetti logicamente impossibili (e.g. il cerchio quadrato). In questo contesto,, Meinong individua anche oggetti di ordine superiore o oggetti fondati, dipendenti dagli oggetti di ordine inferiore (e.g. relazioni, complessi, Gestalten). Secondo Meinong si possono distingue quattro classi di attività mentali: la presentazione (das Vorstellen), il pensiero (das Denken), il sentire (das Fühlen), e il desiderio (das Begehren). Dal lato dell'ontologia a queste corrispondono quattro classi di oggetti: "oggettità" (Objekt), "oggettivo" (Objectiv), "dignitativo", e "desiderativo". Come per Brentano, non si può presentare senza presentare qualcosa e ai diversi tipi di presentazione e attività fondate su di esso correspondono diverse tipologie di oggetti. Per Meinong non solo si può presentare ciò che non esiste, ma questo ha anche lo status ontologico di oggetto, indipendentemente dal fatto se all'oggetto immanente corresponde o meno un oggetto trascendente. Su queste classi si basa la Gegenstandstheorie di Meiong, che vuole essere un'ontologia nel senso di una scienza degli oggetti. Tale scienza, come scienza dell'oggetto in quanto oggetto è la scienza dell'ente in quanto ente, indipendentemente dal suo essere, visto che sono contemplati anche oggetti "oltre l'essere ed il non-essere".
Combinando intuizioni del suo maestro Brentano e dei suoi studi matematici, Edmund Husserl svilupperà una concezione di ontologia formale che comprende la matematica, la logica formale e la mannigfaltigkeitslehre in quanto non è tanto l'ontologia come studio dell'essere in quanto essere, ma l'ontologia come studio dell'ente in quanto ente, i.e., non distando poi troppo da Wolff, lo studio delle proprietà comuni a tutti gli enti possibili. Le science specializzate studierebbero invece ontologie regionali, i.e. enti di un certo tipo, un'sottoinsieme di enti. Parte integrante di una tale ontologia è la mereologia. Oggetti possono essere semplici o complessi, i.e. avere parti. Queste parti possono essere indipententi (pezzi) o dipendenti (momenti) e la dipendenza può essere reciproca (e.g. colore ed estensione) o unilaterale (giudizio e presentazione). Nel caso di contenuti dipendenti, le parti da cui dipendono sono anche dette fondamenta e oggetti di ordine superiore (e.g. Gestalten) sono anche chiamate "contenuti fondati". L'ontologia formale è strettamente connessa alla logica formale, dove l'una tratta delle categorie di oggetti, l'altra tratta delle categorie di significati. Dopo la svolta trascendentale, l'ontologia naturale rimane parte del punto di vista fenomenologico come correlato oggettuale, implicato dalle scienze naturali. L'ontologia fondamentale diventa però quella della coscienza, che esibisce una trascendenza in immanenza, cioè non è ulteriormente riducibile dall'epochè. L'essere trascendente viene ricondotto (re-ducere) alle sua fondamenta, non nel reale psicologicamente immanente come in Brentano, ma nel essere assoluto della coscienza.
Sicuramente degno di nota è Heidegger, che dell'essere fece il concetto cardine della sua filosofia. Nel suo testo più famoso, "Essere e tempo" compie la radicale distinzione tra ontico e ontologico, ovvero tra esistenza come semplice "presenza" (ente), e l'essere in quanto essere. Scopo del suo pensiero, soprattutto nella prima fase, fu svolgere una "ontologia fondamentale". Questa ontologia si radica sulla differenza ontologica tra essere ed ente, in cui si mostra appunto l'irriducibilità dell'essere a semplice essente. L'essere viene qui inteso come l'altro dell'ente, ossia ciò che rende possibile l'apparire dell'essente, ma che nel contempo si vela in questa apertura. L'ontologia fondamentale è dunque per Heidegger pensare l'essere come ciò che si manifesta, o si sottrae, nell'essente. Heidegger in tal senso usa la parola Lichtung, la quale significa propriamente "radura", ed infatti l'essere è la radura dell'essente, ma essendo questa radura la sua essenza sta nel suo stesso "diradarsi". Sebbene possa sembrare che il percorso tracciato da "Essere e Tempo" raggiunga dunque il suo scopo, sia per il linguaggio, sia per la forma di trattare il problema, in realtà non è così, infatti "Essere e Tempo" resta incompiuto, in quanto Heidegger perviene alla comprensione che il problema dell'essere è indistricabilmente correlato al problema del linguaggio, ovvero alla necessità di elaborare un linguaggio libero da compromissioni con la metafisica tradizionale, che aveva ridotto l'essere a ente sommo fra tutti. In seguito con la "svolta linguistica" e in generale con tutte le filosofie contemporanee, il problema dell'essere ha assunto diverse forme e diverse interpretazioni, trovando non di rado applicazioni concrete in alcune discipline.
Per quanto gli interessi di questo studio possano sembrare astratti, alcune questioni ontologiche hanno avuto impatto sulla fisica moderna, in particolare sulla fisica delle particelle. A livello di fondamenti o di filosofia della fisica si parla talvolta di ontologia fondamentale, intendendo un qualche genere di ontologia realista. Un approccio antiriduzionista argomenta che gli oggetti non sono "sostanze" ma fasci di proprietà, o collezioni le cui proprietà emergenti non dipendono da un sostrato fondamentale, ma dalle stesse proprietà generali dei campi. D'altra parte un approccio riduzionista alla teoria dei campi, ritenendo solo questi reali, relega le particelle che li determinano (i bosoni) al rango di "mediatori".
Posizioni di tipo teistico tendono a considerare l'universo razionalmente fondato e dotato di un fine salvifico o etico in quanto creato nel tempo (per i monoteismi) o increato ed eterno (per i panteismi). In quest'ottica i fenomeni sono spesso considerati elementi passeggeri e inessenziali, mentre i noumeni, che ne sono sostanza, costituiscono la vera realtà, in quanto possiedono un rapporto ontologico diretto con l'Essere, inteso come realtà assoluta. Un approccio religioso alla questione ontologica mette spesso in dubbio la validità di qualsiasi ontologia fondamentale di tipo materialistico (ma può accettare un'ontologia realista non riduzionista), inteso come una forma di scientismo accusato di trascurare o annichilire le istanze etico-metafisiche fondamentali dell'essere umano. Anche per tale motivo le impostazioni religiose sono talvolta accusate di favorire una generale ostilità nei confronti del pensiero scientifico-tecnologico. In tale contrapposizione si tende però spesso a confondere la scienza con le sue interpretazioni filosoficamente più riduzioniste, positiviste, materialiste. In ambito antropologico, le concezioni religiose possono essere concepite anche come sistemi in grado di attribuire alla realtà una determinata ontologia, intesa come struttura generale del mondo (cosmologia) e attribuzione ad esso di un senso (etica), alla quale l'individuo o l'intera comunità può fare ricorso, specialmente in circostanze problematiche (situazioni limite, dilemmi etici, confronto con la morte, ecc), per scegliere una particolare condotta e dotarla di un fondamento teorico e una solida giustificazione.