Un partito politico è un'associazione tra persone accomunate da una medesima finalità politica ovvero da una comune visione su questioni fondamentali dello gestione dello Stato e della società o anche solo su temi specifici e particolari. L'attività del partito politico si esplica nello spazio della vita pubblica e, nelle attuali democrazie rappresentative, ha per "ambito prevalente" quello elettorale.
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Secondo Max Weber, «per partiti si debbono intendere le associazioni costituite al fine di attribuire ai propri capi una posizione di potenza all’interno di un gruppo sociale e ai propri militanti attivi possibilità per il perseguimento di fini oggettivi e/o per il perseguimento di vantaggi personali». Nella definizione del politologo americano Anthony Downs il partito politico è «una compagine di persone che cercano di ottenere il controllo dell’apparato governativo a seguito di regolari elezioni». Gli elementi centrali delle definizioni sono dunque:
I partiti sono mediatori tra lo Stato e i cittadini. I partiti svolgono infatti la funzione di controllo dei governati sui governanti: poiché infatti i candidati si presentano all’interno di liste di partito, è più facilmente punibile un’eventuale rottura del patto di fiducia tra il candidato eletto e gli elettori che lo hanno votato (non votando più il partito di cui fa parte). I partiti strutturano il voto: questo perché i candidati alle elezioni sono prevalentemente membri di un partito, e perché il partito è l’entità con cui gli elettori si identificano. Esso svolge una funzione di socializzazione politica, poiché attraverso la loro azione i partiti educano gli elettori alla democrazia. Infine, mentre i gruppi di interesse articolano gli interessi dei cittadini, i partiti si occupano di aggregare questi interessi.
Il sistema partitico è l’insieme di partiti legati da una relazione logica. La distinzione classica proposta da Maurice Duverger li divide in sistemi monopartitici, bipartitici, multipartitici.
Secondo le teorie di Duverger, i sistemi bipartitici sono influenzati dal sistema elettorale maggioritario a un turno e quelli multipartitici dal proporzionale.
Una teoria contraria a quella di Duverger è stata proposta da Giovanni Sartori. Il numero di partiti in un sistema non va calcolato semplicemente in base al numero effettivo di partiti esistenti, ma tramite un “conteggio intelligente” che considera solo i partiti dotati di due potenziali:
Sulla base di questa precisazione, e sull’importanza data al livello di polarizzazione ideologica del sistema partitico, Sartori ha dunque proposto una classificazione più articolata rispetto a quella di Duverger.
I sistemi monopartitici. Sono distinti da Sartori in tre tipi:
I primi due sono anche detti sistemi non competitivi, s’instaurano solo in regimi dittatoriali o totalitari (nel primo caso). Il terzo caso avviene invece anche in contesti democratici e pluralistici.
I sistemi bipartitici. In questi sistemi non è necessario che vi siano solo due partiti, ma che esistano solo due partiti significativi, sulla base dei due potenziali sopra indicati.
I sistemi multipartitici. Sono distinti da Sartori in tre tipi:
I partiti nascono nel momento dell’affermazione della democrazia e quindi quando il governo diventa responsabile verso il voto degli elettori. Esistono due principali analisi della storia dei partiti che guardano uno in maniera genetica l’altro in maniera strutturale, le fasi della loro creazione.
Secondo la prospettiva genetica elaborata da Stein Rokkan, nella storia di ogni nazione si manifestano delle fratture (cleavages) che vedono contrapporsi gruppi sociali con interessi opposti, che possono essere di tipo materiale o ideologico; se queste fratture vengono politicizzate (trasferite dal piano sociale a quello politico), è probabile che nascano nuovi partiti. Nella storia dell'Europa occidentale Rokkan individua 4 fratture principali:
Da cosa dipende la nascita o meno dei partiti che sono espressione delle prime tre fratture? Secondo Rokkan, dalle scelte fatte dai "costruttori della nazione": infatti, nei periodi storici in cui si manifestano le fratture ("giunture critiche"), l'élite dello stato è chiamata ad allearsi con uno dei due gruppi sociali che si contrappongono; la fazione esclusa tenderà ad allearsi con le periferie. Questo schema porterebbe a 8 possibili sistemi partitici.
Da fratture di tipo non sociale ma politico emergono, invece, partiti antisistema estremisti sulla destra (fascisti) e sulla sinistra (comunisti).
La prospettiva strutturale sviluppata da Maurice Duverger crea una tripartizione del processo di creazione dei partiti.
Se il partito in quanto tale nasce con la Rivoluzione inglese del ‘600, è solo con il diffondersi della Rivoluzione industriale, e conseguentemente con la formazione di una società di massa e l'allargamento del suffragio elettorale fino ad essere universale, che i partiti si affermarono nel senso specifico della forma attuale, ossia caratterizzati da: un'organizzazione territorialmente diffusa, con un sistema di comunicazione tra centro e periferia; la volontà di ottenere il potere locale e centrale; la ricerca del sostegno popolare.
I partiti politici si distinguono generalmente in partiti di centro, destra e sinistra. Questa distinzione trova la sua origine nella collocazione dei deputati negli emicicli parlamentari. Già dal tempo della Rivoluzione francese, il centro era sinonimo di "moderazione", la destra di "conservazione" e la sinistra di "progresso". Nella storia politica europea, ed in particolare quella italiana, dalla metà dell'800 agli inizi del '900 la scena politica era dominata da partiti politici tutti di stampo "liberale". Tali partiti, in quanto espressione dei ceti sociali medio-alti, erano attenti, in particolar modo, a ridurre il potere statale ed ad accentuare la libera iniziativa locale. In alcuni casi, come nell'Italia della legge delle guarentigie, "liberale" era anche sinonimo di "anticlericale", mentre i partiti "conservatori" erano "clericali", cioè contrari a ridurre l'ingerenza della Chiesa negli affari temporali. I "liberali" erano comunemente espressioni delle élite cittadine e della nascente classe borghese, i "conservatori" dei latifondisti e proprietari terrieri.
Con la crescita del proletariato, composto soprattutto da piccoli artigiani, braccianti ed operai, cominciano a diffondersi le teorie socialiste che troveranno, poi, in Karl Marx il loro più compiuto teorizzatore. Nasce così l'idea di uno Stato laico, se non ateo, svincolato dalla tradizione borghese, unico detentore del potere e attento ad assicurare la più completa uguaglianza tra i cittadini. Ben presto i marxisti si distinguono in una componente socialista o social-democratica ed una comunista. La prima più rispettosa delle scelte dell'individuo nella sfera personale (famiglia, scuola, religione) e più attenta al coinvolgimento democratico dei cittadini, la seconda più convinta del ruolo indispensabile dello Stato e del Partito di guida dei cittadini. Tanto gli uni quanto gli altri si sono fatti convinti assertori della distribuzione delle terre ai contadini, della netta separazione tra Chiesa e Stato, della collettivizzazione delle imprese e di un convinto internazionalismo. I partiti socialisti e poi i comunisti in particolare si assunsero il compito di far sentire la voce dei lavoratori, perseguendo l'obiettivo di cambiare a loro favore la società e il sistema, secondo le direttive generali del movimento socialista. Negli stati di tradizione cattolica, come l'Italia, accanto ai partiti liberale, conservatore, socialista, socialdemocratico e comunista, sono nate formazioni politiche variamente denominate (cristiano-democratico, cristiano-sociale, popolare), ma tutte accomunate da una politica ispirata alla dottrina sociale della Chiesa cattolica. Tali partiti, soprattutto nella seconda metà del XX secolo, sono stati, spesso, al governo ( Italia, Francia, Belgio, Lussemburgo, Germania, Olanda, Austria ). Si sono caratterizzati per una politica conservatrice in campo morale (contrari all'aborto, alla legalizzazione delle droghe), liberale in campo economico e politica estera (favorevoli al libero mercato, all'Unione Europea, alla Nato), ma hanno saputo, anche dimostrare, al fine di contenere i partiti socialisti e comunisti, una marcata attenzione alle questioni sociali.
Sul finire del XX secolo, in Italia, come nel resto d'Europa, sono andate diffondendosi nuove "culture politiche". La "rivoluzione giovanile"degli anni '60-'70 ha imposto le problematiche femminili e dell'ambiente. Le "femministe", convinte sostenitrici dell'emancipazione delle donne, hanno trovato facile accoglienza nei partiti liberali e socialdemocratici, un po' meno in quelli conservatori, cristiano-democratici e comunisti. La "cultura ambientalista" ha trovato sbocco nelle associazioni ambientaliste (WWF, Greenpeace, Legambiente) e in nuovi partiti politici, spesso denominati Verdi.
Nel frattempo, il tentativo di resistere al potere statale ed imprenditoriale ha determinato la nascita di partiti autonomisti e federalisti. Alcuni di questi (come la Südtiroler Volkspartei) sono nati per rappresentare di minoranze linguistiche o etniche. Altri (come la lista civica Io Non Voto) come forma di protesta e di astensionismo attivo nei confronti della maggioranza di turno o delle maggioranze che si alternano.
I partiti si distinguono a livello organizzativo a secondo di una struttura più o meno verticistica, più o meno movimentista. I partiti di stampo socialista e comunista, nonché quelli post-fascisti, si sono, nel corso degli anni, contraddistinti per la presenza di ampi organi assembleari e ristretti gruppi dirigenziali. Spesso i vertici del partito non venivano scellti direttamente dagli iscritti o dalle assemblee congressuali, ma dagli uffici di presidenza. Altri partiti, invece, hanno fatta propria una prassi più "democratica", attenta cioè a favorire il coinvolgimento della base nelle decisioni di vertice.
La distinzione più semplice tra i diversi tipi di partito ne prevede due: il partito organizzativo e quello elettorale. I partiti organizzativi di massa si assumevano il compito di preparare le masse lavoratrici ad avere coscienza di sé, assumendosi le proprie responsabilità storiche. Le strutture erano sostenute da funzionari stipendiati grazie a quote regolari pagate dagli iscritti. I partiti di questo tipo furono dunque partiti militanti. I partiti elettorali di massa, pur essendo articolati come i primi, non hanno finalità alternative al sistema vigente, ma si collocano all'interno di esso, ricercando il consenso elettorale che permetta di raggiungere il potere e migliorare così gradualmente la società.
Un categorizzazione tradizionale, ma sempre efficace, delle forme di organizzazione partitica risale al costituzionalista e politologo Maurice Duverger, che ne distingue quattro:
L'organizzazione interna dei partiti è molto variabile da paese a paese oltre che da un partito all'altro. Di solito gli organi più importanti sono:
Possono inoltre esistere altre cariche come quella di segretario amministrativo o tesoriere.
Uno dei problemi più grandi dei partiti è quello della democrazia interna,ovverosia la rappresentanza degli iscritti all'interno del partito stesso. Questa caratteristica è spesso sacrificata a favore di un maggiore potere dei vertici del partito. Già ai tempi della Costituente Repubblicana,nel 1946,si pensava di inserire una legge apposita per garantire la democrazia interna ai partiti. La proposta fu di fatto cancellata.
I partiti hanno costante bisogno di soldi per la campagna elettorale e per tutto quello che riguarda la vita interna. Tali finanziamenti vengono dalla quota d'iscrizione ai partiti e da finanziamenti privati (tipici nella DC). Tuttavia gran parte del denaro veniva dal finanziamento pubblico dei partiti. Attualmente bisogna pagare una cifra che viene distribuita equamente ai vari partiti,senza possibilità da parte del contribuente di scegliere a che partito dare i soldi. Non sono mancati tuttavia i casi di finanziamento illecito dei partiti (come per Tangentopoli). Inoltre i partiti comunisti occidentali disponevano,nel secondo dopoguerra,dei finanziamenti occulti del Pcus
I partiti politici, nel corso del '900, hanno stretto alleanze sovranazionali, in modo da potere sostenere in modo più convinto i propri valori e assicurarne la diffusione anche in altri paesi.
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I più importanti partiti politici italiani attualmente sono:
Partiti presenti in Parlamento:
Partiti con presenze solo nel Parlamento Europeo:
Alcuni partiti di destra, centro-destra e centro in passato hanno dato vita alle coalizioni: Polo delle Libertà e Polo del Buon Governo (nel 1994), Polo per le Libertà (nel 1996), Casa delle Libertà (2001-2006).
Alcuni partiti di sinistra, centro-sinistra e centro che in passato hanno dato vita ad alcune coalizioni: Progressisti (nel 1994), l'Ulivo (nel 1996 e 2001), L'Unione (2006).
Alcuni partiti di centro hanno dato vita in passato al Patto per l'Italia (1994), Unione di Centro (2008).