Pierre Lévy

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Pierre Lévy (Tunisi1956) è un filosofo francese che studia l'impatto di Internet sulla società.

Allievo di Michel Serres e Cornelius Castoriadis alla Sorbona, specializzatosi a Montreal, studioso delle implicazioni culturali dell'informatizzazione, del mondo degli ipertesti, e degli effetti della globalizzazione, insegna presso il dipartimento Hypermédias dell'Università di Paris VIII Saint-Denis.

Pierre Lévy si interessa di computer e Internet, come strumenti per aumentare le capacità di cooperazione non solo della specie umana nel suo insieme, ma anche quelle di collettività come associazioni, imprese, gruppi locali, etc. Egli sostiene che il fine più elevato di Internet è l'intelligenza collettiva, un concetto già introdotto da filosofi del passato e così definito in un'intervista:

« Che cos'è l'intelligenza collettiva? In primo luogo bisogna riconoscere che l'intelligenza è distribuita dovunque c'è umanità, e che questa intelligenza, distribuita dappertutto, può essere valorizzata al massimo mediante le nuove tecniche, soprattutto mettendola in sinergia. Oggi, se due persone distanti sanno due cose complementari, per il tramite delle nuove tecnologie, possono davvero entrare in comunicazione l'una con l'altra, scambiare il loro sapere, cooperare. Detto in modo assai generale, per grandi linee, è questa in fondo l'intelligenza collettiva »
(Pierre Levy)


Indice

[modifica] La teoria degli spazi antropologici

«Si vive secondo le linee di erranza della Terra, tra le recinzioni e gli sbarramenti del Territorio, lungo i circuiti dello Spazio delle merci, negli spazi interiori del sapere».

La ricostruzione della teoria comincia a partire dal concetto di spazio antropologico: «Che cos’è uno spazio antropologico? E’ un sistema di prossimità (spazio) proprio del mondo umano (antropologico) e dunque dipendente dalle tecniche, dai significati, dal linguaggio, dalla cultura, dalle convinzioni, dalle rappresentazioni e dalle emozioni umane». I quattro spazi antropologici – Terra, Territorio, Merci e Sapere – sono strutturanti , in quanto contengono e organizzano mondi generati dai processi di interazione simbolica. Sebbene l’esposizione della teoria degli spazi antropologici possa far pensare a uno sviluppo evolutivo caratterizzato da età successive, P. Lévy precisa che uno spazio antropologico, una volta costituitosi, sopravvive anche sotto il dominio di un altro – come forma eterna di un possibile modo di attualizzare l’esistenza della specie umana a partire da una dialettica di condizionamento tra gli spazi inferiori e gli spazi superiori: «gli spazi non sono né ere, né età, né epoche, per il semplice motivo che non subentrano gli uni agli altri, ma coesistono. Eppure, in quanto spazi strutturanti e autonomi, sono comparsi in tempi successivi. […] Si ottiene, dunque, servendoci di una metafora alla quali non si dovrà rimanere legati troppo a lungo, una sorta di geologia antropologica in cui gli spazi svolgono il ruolo di strati. Ora, questi strati possono essere individuati indipendentemente dalla data della loro apparizione, solo a partire dalla qualità d’essere che irradiano, unicamente in base al segno che li caratterizza o al partire dal principio che li genera. […] Eppure, c’è una successione degli spazi se si considerano non più i loro elementi caratteristici, le loro figure e i loro diversi principi, ma il loro manifestarsi come spazi antropologici irreversibili e autonomi, come organizzatori fondamentali delle grandi epoche dell’avventura umana. Concettuali, fuori dal tempo ma temporalizzanti, gli spazi antropologici sono prodotti e nutriti dalle attività degli esseri umani viventi. Sono gli atti degli uomini, i loro pensieri, le loro relazioni ad attualizzare questo o quello spazio, ad ampliarlo, a infondergli realtà. Benché si succedano, abbiamo visto in che senso, nessuno degli spazi è mai superato». Gli esseri umani abitano simultaneamente, quindi, più spazi interiori, sociali, culturali anche se temporalmente operano i processi storici che segnano cesure antropologiche; anzi la portata epocale di un evento si misura con la sua spinta verso tale mutamento: «Si riconosce l’importanza di un evento sul piano intellettuale, tecnico, sociale o storico, dalla sua capacità di riorganizzare le prossimità e le distanze in questo o quello spazio, ovvero dalla sua capacità di instaurare nuovi spazio-tempi, nuovi sistemi di prossimità». Sebbene nessuna necessità presiede alla comparsa storica degli spazi antropologici , P. Lévy afferma che, una volta apparsi progressivamente nella filogenesi umana, la Terra, il Territorio, le Merci e il Sapere (?) hanno assunto una rilevanza irreversibile ed eterna – non si può immaginare la riproduzione della specie in assenza dei loro codici: «gli spazi antropologici sono contingenti. E nonostante tutto, dal momento in cui assumono consistenza, seppur virtualmente essi diventano eterni, fuoriescono dal tempo come se fossero sempre stati presente. L’irreversibilità degli spazi antropologici ricade sul passato». Ogni spazio antropologico possiede dei propri sistemi di valori e di misurazioni – universi di senso che, nel tempo e nello spazio sono trasmessi, modificati, connessi con i sistemi degli altri spazi, articolando, così, una molteplicità di modi di esistere: «Viviamo in migliaia di spazi diversi, ciascuno con il proprio particolare sistema di prossimità (temporale, affettivo, linguistico, ecc.). Ogni spazio ha una propria assiologia […] passiamo il tempo a modificare e organizzare gli spazi nei quali viviamo, a connetterli, separarli, articolarli, rafforzarli, introdurvi nuovi elementi, spostare le intensità che li strutturano, saltare da uno spazio all’altro.[…] Gli spazi antropologici si estendono all’insieme dell’umanità. Sono al loro volta intessuti di un gran numero di spazi interdipendenti». Le prospettive di analisi privilegiate da P. Lévy nella teoria degli spazi antropologici sono quelle economica, politica e, soprattutto quella culturale: le forme del sapere. Queste prospettive sono categorie analitiche, definite strati, che costituiscono dei modi di ritagliare il tessuto vivente, cosmopolita, che unifica tutti gli ambiti dell’umano. Ma ogni strato assume un aspetto differente se interseca questo o quell’altro spazio: «Il malinteso più grave consiste nell’interpretare gli spazi antropologici come strati, come dimensioni di analisi astratte o risultati di segmentazioni analitiche o puramente cronologiche». Un altro errore consiste nel trattare gli spazi antropologici come classi di appartenenza in cui ricomprendere e ordinare l’insieme delle cose concrete o astratte del mondo: «Gli spazi antropologici sono mondi di significato e non categorie deificate che si spartiscono gli oggetti corporei: un fenomeno qualsiasi può dunque rientrare in più spazi alla volta e all’interno di ciascuno di essi avrà una figura, un peso, una velocità diversi. […] Così la carta degli spazi antropologici serve non tanto a classificare persone, cose, istituzioni o eventi in un luogo o in un altro quanto a dispiegare, per ogni fenomeno, l’insieme dello spettro antropologico. Ecco l’uomo che attraversa in tutta la sua statura i quattro spazi».

[da Luca Corchia, La teoria degli spazi antropologici di Pierre Lévy. Verso una filosofia politica dell’intelligenza collettiva, in The Lab's Quarterly/Il Trimestrale del Laboratorio, 3, 2007, ss. 22 - ISSN 1724-451X

[modifica] Bibliografia

[modifica] Opere

  • 1992, Le tecnologie dell'intelligenza. L'avvenire del pensiero nell'era informatica, Sinergon.
  • 1996, L'intelligenza collettiva. Per un'antropologia del cyberspazio, Feltrinelli.
  • 1997, Il virtuale, Cortina.
  • 1999, Gli alberi di conoscenze. Educazione e gestione dinamica delle competenze, Feltrinelli.
  • 2000, Cybercultura. Gli usi sociali delle nuove tecnologie, Feltrinelli.
  • 2006, Il fuoco liberatore, Sossella

[modifica] Critica


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