L'Islam (in arabo إسلام da pronunciare "Islàm", che significa sottomissione, abbandono [a Dio]), è una religione monoteista manifestatasi nella cittadina higiazena della Mecca (Penisola Araba) nel VII secolo in seguito alla predicazione di Maometto (in arabo محمد , Muhammad), considerato dai musulmani l'ultimo e definitivo profeta inviato da Dio (in arabo الله, Allāh) al mondo intero, cioè a tutti i popoli, incluse le comunità religiose precedenti, di cui peraltro si accettano gli assunti e i profeti (da Adamo a Noè, da Abramo a Mosè, fino a Gesù), sebbene si ritenga che le rispettive religioni istituite da Dio per mezzo di tali profeti siano state alterate dal fluire del tempo e dalla malizia degli uomini. L'Islam, secondo i musulmani, è l'ultima religione celeste istituita da Dio ed è destinata a perdurare, inalterata, fino al Giorno del Giudizio.
Quali siano stati i modelli religiosi ispiratori è ancora argomento di discussione fra gli storici delle religioni. Se infatti si parla, talora semplicisticamente, di debiti nei confronti del Giudaismo, dello Zoroastrismo, del Cristianesimo orientale e, più ancora, delle comunità ebraico-cristiane attive nella stessa Penisola Araba - debiti per molti versi e in diversa misura del tutto innegabili - non manca però chi sostiene, non senza ragione, l'esistenza di una matrice indigena sud-arabica che affrancherebbe l'Islam da una sorta di tutela puramente allogena. Del resto non sono episodiche le prove, epigrafiche, artistiche (statuaria votiva) e archeologiche, circa l'esistenza di culti monoteistici negli ambienti culturali sud-arabici e il loro lento accostamento a forme sempre più spiccatamente monoteistiche. Assieme a Ebraismo e Cristianesimo, l'Islam viene classificato come religione abramitica.[1][2]
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| Per approfondire, vedi le voci Islamismo e Antislamismo. |
Quanto al lessico impiegato, se in contesti linguistici diversi da quello italiano la differenza fra il termine Islam e Islamismo è abbastanza sfumata, in Italiano una diversità sostanziale invece esiste, perché con la parola Islam s'intende quell'insieme di atti di fede, di pratiche rituali e di norme comportamentali che è praticato da sunniti e sciiti che, insieme, rappresentano quasi il 99% dei fedeli musulmani, mentre il termine Islamismo indica di fatto una concezione dell'uomo e del mondo che s'ispira ai valori dell'Islam ma che si esprime a livello politico. La disciplina che studia l'Islam è tradizionalmente detta in italiano islamistica, e islamisti sono detti i suoi cultori e studiosi. Senonché, per il disinvolto e improprio uso fattone dai media, il termine "islamista" tende a essere percepito dalla massa come sinonimo di "estremista islamico", generando comprensibile e crescente disagio per gli studiosi della materia che potrebbero in alternativa ricorrere al gallicismo islamologi. Dunque islamistica o islamologia? Si può dire che islamistica rimane la dizione ufficiale della branca disciplinare relativa alla cultura dell'Islam, anche se esiste la possibilità che il sostantivo islamologia - del tutto assente dalla nomenclatura accademico-scientifica in Italia - per le ragioni predette possa trovare una maggior diffusione.
Altra crescente confusione riguarda negli ultimi anni gli aggettivi sinonimi musulmano e islamico.[3] Oggi il secondo aggettivo si è fortemente caricato di connotazioni negative, in quanto trasformato in alcuni strumenti di comunicazione di massa in sostantivo utile a indicare solo i militanti di movimenti radicali di matrice islamica che spesso tracimano nel terrorismo. Sicché oggigiorno si osserva una crescente divaricazione semantica nell'uso dei due termini, inizialmente perfetti sinonimi: "musulmano", a differenza di "islamico", sembra tuttora mantenere una connotazione più neutra e meno legata ad aspetti ideologici ed emotivi connessi con l'attualità.[senza fonte]
La fede islamica predicata da Maometto aveva una struttura semplice, basata su tre articoli fondamentali:
Per essere un "uomo dell'islam" si deve possedere perfettamente la fede in questi principi ed esercitare il bene e la pietà (birr). Le parole "Islam" e "salam" (pace) hanno la stessa radice consonantica e sono come fuse. L'Islam si configura quindi come "intima pace dell'uomo con Dio" e il mùslim (musulmano) è colui che si affida con pienezza al Signore. Questo fiducioso abbandono è manifestato dal credente assolvendo per quanto può ai doveri espressi dai cinque arkàn al-Islàm, vale a dire i cinque "pilastri della fede islamica".
L'Islam non è soltanto una religione, nel senso tecnico del termine (cfr. il latino religio), che si basi principalmente su un'intima persuasione di fede, ma è anche (e non secondariamente) un'ortoprassi, cioè una serie di azioni e comportamenti obbligatori. I comportamenti esteriori sono giudicati secondo la shari'a, la disciplina legale islamica, mentre per quelli interiori il solo giudice è Dio.
Ciò non toglie che, dopo un lungo e animato dibattito teologico durato quasi un secolo,[4] mirante a determinare se per potersi definire "musulmano" bastasse l'imān (la fede) o se invece essa dovesse accompagnarsi o addirittura essere subordinata alle opere (a‘māl) la risposta è stata quella di dare assoluta preminenza alla prima, tant'è vero che per essere considerato a pieno titolo "musulmano" è sufficiente una seria shahāda, anche se un musulmano non potrà poi esimersi dall'esprimere coerentemente nei fatti della vita la profondità e la sincerità della sua fede.
Questo di per sé eliminerebbe la necessità di parlare di un "integralismo islamico", dal momento che l'Islam ha per definizione un approccio "integrale" alla realtà fenomenologica, senza alcuna separazione fra aspetti mondani e ultramondani. Si può invece a buon diritto parlare di "fondamentalismo", inteso come metodologia per interpretare la lettera della Rivelazione coranica.
| Per approfondire, vedi la voce Cinque pilastri dell'Islam. |
Gli arkān al-Islam ("Pilastri dell'Islam") sono quei doveri assolutamente cogenti per ogni musulmano osservante (pubere e sano di corpo e di mente) per potersi definire a ragione tale. La loro intenzionale evasione comporta una sanzione morale o materiale. Essi sono:
In ambienti come quello hanbalita, si aggiunge un sesto pilastro, il[5] jihad, lo "sforzo", o "impegno per Dio", erroneamente tradotto come "guerra santa" (semmai, nella sua accezione minore, si dovrebbe tradurre "guerra canonica" o "guerra obbligatoria"), che viene invocato ogni volta che la Umma, la comunità musulmana, trovi minacciata la sua esistenza, la sua libertà e la sua sicurezza. Esiste un "jihad minore", o "piccolo" verso un nemico esterno ed un "jihad maggiore", o "grande" verso i nemici interni, intesi come la disubbidienza a Dio, le proprie meschine debolezze e le proprie passionalità peccaminose.
Oltre a questi obblighi, il musulmano ha il diritto-dovere di assolvere al jihād, جهاد , l' "impegno sulla strada di Dio", nella speranza di vedere nell'Aldilà il Suo Volto, che si esprime - nella sua forma principale (detta "maggiore") nella lotta contro le proprie pulsioni negative del corpo e dello spirito. Come "jihād minore" s'intende invece la continua ricerca di espandere i confini fisici e spirituali della Umma. Combattere contro chi vi si oppone con forza può assumere forme violente.
Il "jihād maggiore" costituisce il sesto pilastro dalla scuola giuridica (madhhab) sunnita del Hanbalismo e dall'intero Sciismo. Per spiegazioni più dettagliate si rinvia al relativo lemma.
Generico obbligo è il compiere il bene e combattere il male ovunque essi si trovino, ricorrendo a ogni mezzo lecito e necessario (con la mano, la parola, la penna o la spada), laddove il bene e il male sono determinati esplicitamente da Dio nel Corano, dovendosi intendere come Bene la sua volontà e Male il disobbedirgli.
Nessuna "teologia naturale" è ammessa, che possa far presumere all'intelligenza umana di penetrare razionalmente i confini tra il Volere di Dio e la Sua non-Volontà, essendo la creatura umana tenuta ad assoggettarsi senza distinguo al dettato coranico. In senso letterale, la parola "Islàm" significa infatti sottomissione, abbandono o obbedienza a Dio. Abbandono a un Progetto divino che concerne l'umanità intera e che l'uomo non può conoscere per la sua intrinseca limitatezza, al quale tuttavia esso si dovrà abbandonare, fiducioso della bontà e della misericordia divina.
Dio - al contrario di quanto pensavano i mutaziliti - non concede il libero arbitrio all'uomo, essendo ogni atto (compreso quello umano) creato da Dio. Egli dà all'uomo tutt'al più il possesso ( iktisāb ) dell'atto compiuto e il presumere di poter creare qualcosa o di penetrare l'insondabile Volontà divina sono peccati di massima superbia, con la conseguenza che il Volere divino dovrà essere accettato senza condizione alcuna da parte delle Sue creature.
Questo avviene non solo nelle pratiche di culto (modalità minuziose nell'assolvimento della preghiera, senza osservare con precisione le quali l'obbligo non si considera convenientemente assolto; precise ritualità da osservare nel corso del pellegrinaggio obbligatorio a Mecca e nei suoi dintorni) ma anche nell'ottemperare alle precise e cogenti norme alimentari che, secondo lo schema vetero-testamentario, non si giustificano con motivazioni di carattere razionale, in grado cioè di essere percepite dall'intelligenza umana, ma che devono essere accettate come tutto il resto "senza chiedersi il come e il perché" (bi-lā kayfa).
Le correnti principali dell'Islam non ammettono né riconoscono clero e tanto meno gerarchie (indirettamente una forma di ambiente clericale esiste però nell'ambito sciita), dal momento che si crede non possa esistere alcun intermediario fra Dio e le Sue creature.
Da non confondere col clero è la categoria degli imam, musulmani che per le loro buone conoscenze liturgiche, sono incaricati dalla maggioranza dei fedeli di condurre nelle moschee la preghiera obbligatoria.
Neppure gli ‘ulamā’ che si limitano a interpretare il Corano possono essere avvicinati a una forma di clero, anche se, nell'assolvere alla loro funzione, di fatto tendono a riaffermare il ruolo privilegiato che deve svolgere la religione islamica nella società. A un ben delimitato ambito giuridico vanno invece ricondotti i muftì, che sono autorizzati a esprimere pareri astratti nelle diverse fattispecie giuridiche, indicando se una data norma sia o meno coerente con l'impianto giuridico islamico.
Similmente deve dirsi dei qadi. Di nomina governativa, essi eventualmente sono chiamati a giudicare in base alle norme della shari'a all'interno di particolari tribunali (definiti sciaraitici) che un tempo prevalevano nelle società islamiche ma che oggi sono soppiantati dai tribunali statali. Questi ultimi giudicano sulla base di codici, per lo più d'ispirazione occidentale, anche se ispirati alla normativa sciaraitica.
Il fatto di non interfacciarsi col sacro non consente quindi in alcun modo di assimilare le loro figure a quella del sacerdote.
Se ognuno è sacerdote di se stesso e responsabile dei suoi errori, il discrimine fra quanto è considerato consono all'Islam e quanto gli è contrario potrà scaturire solo dall'approfondito dibattito fra esperti "dottori" ( ʿulamāʾ ).
Esiste in materia un pluralismo di scuole giuridiche e teologiche, con numerose diverse interpretazioni di una stessa fattispecie giuridica (salvo, ovviamente, l'impossibilità di discutere gli assetti dogmatici dell'Islam, che non sono contestabili, per non incorrere automaticamente nella condanna di kufra (infedeltà massima) che fa conseguire la qualifica di "eretico" (kāfir, pl. kāfirūn).
Tutte le cosiddette "scienze religiose" ( ʿulūm dīniyya ) tendono alla formazione di un consenso maggioritario ( Ijmāʿ ) circa il modo d'interpretare il disposto coranico e sciaraitico. Tale consenso potrà comunque mutare nel tempo, in caso si esprima in tal senso una nuova maggioranza. Si parla di una vera e propria "polverizzazione" dei modi di giudicare della umma, divisa in numerose scuole teologiche e giuridiche, alle quali potrebbe aggiungere anche l'enorme differenziato panorama costituito dalle confraternite mistiche, tanto che qualcuno ha proposto che, più che parlare di Islam, si dovrebbe parlare di "pluralità di Islam" (Islams in inglese).
Mentre il culto per Dio, chiamato Allah, è immutabile e del tutto indifferente all'epoca e allo spazio fisico in cui esso è praticato, la liturgia espressa potrà in varie occasioni adattarsi invece al tempo e al luogo in cui il fedele vive.
Ciò è in perfetta coerenza col principio condiviso che l'Islam sia una religione wusta, cioè collocata su una linea "mediana" rispetto agli opposti estremi costituiti dall'ateismo da un lato e da un formalismo rigido di facciata, non pervaso dalla reale comprensione e dalla tolleranza nei confronti di chi sbaglia[6]. È nota l'affermazione di Muḥammad, secondo cui l'Islam aborre (almeno in teoria), gli eccessi e il fanatismo, basandosi sull'assunto, più volte ribadito, nel Corano che "Dio non ama gli eccessivi". Per questo motivo l'estremo rigore sul piano, sia della lettera, sia dei contenuti della Legge, corrisponde nei fatti a un'estrema flessibilità.
| Per approfondire, vedi la voce Corano. |
I testi fondamentali a cui fanno riferimento i musulmani sono, in ordine di importanza:
I musulmani credono che siano d'ispirazione divina, ma corrotti dal tempo o dagli uomini:
Il dilemma se trattare gli induisti come politeisti cui offrire l'opportunità fra conversione o morte fu superata grazie all'interpretazione di numerosi dotti musulmani, secondo cui anche i Veda sarebbero stati un testo d'origine divina, per quanto particolarmente corrotti.
| Per approfondire, vedi la voce Maometto. |
I musulmani dichiarano che la loro religione si riallaccia direttamente alle tradizioni religiose che sarebbero state predicate dal patriarca biblico Abramo, considerato da Maometto come il suo più autorevole predecessore. È per questo che, in chiave puramente formale, l'Islam viene classificato come religione abramitica, al pari dell'Ebraismo e del Cristianesimo.
Il primo profeta islamico sarebbe peraltro stato Adamo e, dopo di lui, Nūḥ (Noè). Sono annoverati fra i tanti profeti islamici, dopo Ibrāhīm (Abramo), i suoi figli Isḥāq (Isacco) e Ismāʿīl (Ismaele), Yaʿqūb (Giacobbe), Yūsuf (Giuseppe), Mūsā (Mosè), Dāwūd (Davide), Sulaymān (Salomone), Yaḥyā (Giovanni Battista) e, prima di Muḥammad, ʿĪsā ibn Maryam, Gesù di Nazareth, (vedi Gesù secondo l'Islam) figlio di Maryam, (Maria), considerata nel Corano come esempio sublime di devozione femminile a Dio.
Dopo Maometto, chiamato per questo "il sigillo dei profeti" ( khāṭim al-rusul ), la profezia avrebbe avuto termine.
| Per approfondire, vedi le voci Sunnismo e Sciismo. |
I musulmani vengono differenziati in:
Di derivazione islamica ma considerati eterodossi sono invece:
Questa dottrina esposta è la tradizionale concezione dell'Islam elaborata dai pensatori musulmani nei primi cinque secoli (il Corano non ne fa infatti il minimo accenno). Il mondo sarebbe diviso per essa in tre parti
Il proselitismo è un obbligo morale per il musulmano (da‘wa, "appello" alla conversione) contro il paganesimo e l'idolatria, ma non riguarda i popoli monoteisti, che in diversa misura posseggono già una parte della Rivelazione tramite l'uso delle Sacre Scritture, che sono sempre ispirate dallo stesso Dio, ma rese incomplete e corrotte per via della manipolazione umana. Le popolazioni del Libro sono innanzitutto ebrei e cristiani, ma nel corso dell'espansione islamica vi furono compresi anche mandei, mazdei e buddisti. Maometto stesso aveva previsto una differenza tra fede e sottomissione, disponendo che queste Genti del Libro potessero esercitare liberamente la propria fede nei territori dell'Islam purché accettassero, quali comunità protette, la superiorità politica dell'Islam, una certa disciplina e il pagamento di un tributo: questa tolleranza religiosa fu tra i fattori che permisero la veloce conquista dei territori dell'Impero bizantino, dove le eresie cristiane (come il monofisismo) erano invece pesantemente combattute e dove la tassazione era più alta di quella richiesta dagli arabi.
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introduzioni più recenti, in italiano o tradotte:
introduzioni di autori musulmani e simpatizzanti:
su temi più particolari:
Su Europa e Islam: